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Train My Buddy

C’è una cosa che ho osservato in tanti anni di lavoro con i cani — e con le persone che li amano — che voglio condividere con te. Non è una critica, è una riflessione che spero possa aiutarti a capire ancora di più il meraviglioso mondo dei nostri cani.

Sento molti educatori parlare di rispetto, di ascolto, di relazione. Parole bellissime. Eppure, nella pratica, mi capita spesso di vedere un approccio che con la natura del cane ha poco a che fare.

Un approccio che suona bene in teoria, che sembra amorevole sulla carta, ma che nella realtà porta troppo spesso a cani che “vivono nella bolla”: esclusi da una vita sociale stimolante, dipendenti da psicofarmaci, incapaci di stare nel mondo.

Si passano i primi mesi a riempire il cane di cibo, lasciargli fare quello che vuole, premiare l’eccitazione, attendere — attendere qualsiasi sua risposta per tempi infiniti. E se quella risposta non arriva, pazienza: l’importante è che il cane faccia le cose che vuole fare, solo se ha voglia, e con i tempi che sceglie.

Ma questo non ha nulla a che vedere con la natura. Con quello che un cucciolo si aspetta di trovare in una guida, in una figura di riferimento.

Può funzionare, certo — ma solo con un cane già socievole, docile, con bassa aggressività e alte motivazioni collaborative. I cani, però, non sono tutti uguali.

Ogni volta che ho parlato con persone che avevano cresciuto un cane in questo modo e si ritrovavano poi con un animale ingestibile, mi dicevano sempre la stessa cosa: avevano finito per pensare agli psicofarmaci. Perché la diagnosi per questi cani è sempre identica: “ha problemi fisici, è pazzo, ha qualcosa che non va.” In una parola: il cane è difettoso.


Mi fermo un secondo, perché questa cosa mi pesa davvero.

Nel corso degli anni ho ricevuto telefonate da colleghi educatori — persone formate, preparate, convinte del loro metodo — che mi chiedevano aiuto. La maggior parte delle volte non era per un cliente. Era per il loro cane.

“Daniela, non capisco. Faccio tutto quello che so fare. Eppure con lui non funziona.”

I cani non sono stupidi. Ci conoscono meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Leggono le nostre emozioni nel momento stesso in cui le proviamo, e sono straordinariamente bravi a individuare i nostri punti deboli.

Sanno quanto crediamo davvero in quello che diciamo. Sanno se proviamo vergogna o insicurezza, se cerchiamo compromessi per gestirli, se siamo pazienti e costanti oppure no.

A un cane non puoi mentire.

E non puoi aspettarti che ti dia fiducia e rispetto se non ti ritiene all’altezza di guidarlo e proteggerlo. Non per cattiveria — per istinto di sopravvivenza. Qualcosa che non si sceglie, ma si sente dentro.


Pensate ai bambini.

Puoi dire a un bambino mille volte al giorno che gli vuoi bene, eppure a quarant’anni ti dirà di non essersi mai sentito amato. I bambini — esattamente come i cani — leggono molto oltre le parole e i gesti. Sentono lo stato emotivo con cui diciamo le cose. Sentono se il “no” arriva dalla calma o dalla frustrazione, se arriva da qualcuno presente o da qualcuno che vuole solo che smettano di fare rumore. Sentono se dopo quel “no” c’è ancora qualcuno lì, vicino — oppure solo un muro.

Gli esperti che studiano il legame tra genitori e figli lo dicono chiaramente: il confine regge se la connessione regge. Puoi dire no cento volte, ma se lo dici mentre sei distante o sopraffatto, quel no non insegna niente. Crea paura, ribellione, o entrambe.

Quello che costruisce davvero un bambino solido — capace di stare nel mondo — è la combinazione di due cose che sembrano opposte ma non lo sono: il confine chiaro e la presenza affettuosa. Il “no, questo non si fa” detto da qualcuno che intanto ti guarda negli occhi. Che quando piangi non se ne va. Che sa stare lì, anche quando è difficile, perché sa che stare lì è già la risposta.


Perdonami il confronto lungo con i bambini, ma trovo che abbiano davvero molto in comune con i cani quando si parla di guida, protezione, regole, confini, figura di riferimento.

Il messaggio che voglio trasmetterti è questo: diventare un punto di riferimento per un altro essere — un bambino, un cane — richiede impegno. Ci sono cose da imparare, e non sono poche.

Non sto parlando di diventare perfetti. La capacità di ottenere fiducia, rispetto e amore non ha nulla a che vedere con la perfezione. Ma ha molto a che vedere con la disciplina.

Penso spesso a due educatori della scuola cognitivo-zooantropologica che hanno iniziato un percorso con me perché il loro cane era diventato ingestibile e mordace. Se invece di passare mesi a cercare il biscottino giusto, la parola magica, il rinforzo perfetto, avessero anche solo spiegato al cane che no, non può fare richieste continuamente — che no, non può tirare il guinzaglio e correre ovunque — che no, non può mordere e saltare addosso ogni volta che ne ha voglia — probabilmente quel cane non sarebbe mai diventato quello che è diventato. Ti spaventeresti se sapessi quanti cani finiscano in canile, tornino all’allevatore, o vengano soppressi.


Lo stesso vale per i bambini. Lo dico con tutta la delicatezza possibile, perché so che è un argomento che tocca corde profonde.

Non puoi crescere un bambino senza mai dirgli no — con fermezza, coerenza e amore. “No, non puoi stare tutto il giorno al telefono.” “No, non puoi mangiare merendine dalla mattina alla sera.” “No, non puoi fare sempre e solo quello che vuoi, quando e se lo vuoi.”

Perché il mondo non funziona così. E prepararlo a questo è uno dei regali più grandi che gli si possa fare.

Ho avuto modo di parlarne con alcuni psicologi, miei clienti nel tempo. E quello che mi hanno detto — con parole diverse, da prospettive diverse — aveva sempre un filo in comune: che le diagnosi, da sole, non bastano a spiegare tutto. Che il contesto, le abitudini, le relazioni quotidiane contano più di quanto si voglia ammettere. Non è il mio campo, e non voglio spingermi dove non mi compete. Ma quella conferma, arrivata da chi quel campo lo abita ogni giorno, mi ha fatto pensare molto.


Essere disposti a tenere il punto, reggere le proteste con calma e convinzione, imparare a controllare le proprie emozioni: è difficile. La pazienza, la coerenza, la costanza sono difficili. Studiare è difficile. Essere presenti è difficile.

Ma se vuoi creare legami forti, profondi e veri — che vadano oltre i compromessi — non hai alternativa.

La troppa libertà non è amore.

Per me l’amore vero è farsi domande scomode su noi stessi: su come reagiamo, su cosa proviamo, su quanto siamo disposti a lavorare su di noi prima ancora di lavorare sugli altri. È imparare cosa necessita una specie diversa dalla mia e impegnarsi perché sia soddisfatta. L’amore vero è responsabilità e altruismo.

Non importa se in passato hai fatto degli errori — e ne farai ancora in futuro. L’importante è non fare finta di niente adesso. Prendere consapevolezza di quello che fai bene e di quello che ancora non sai gestire. E agire, con piccoli passi, per migliorare le cose. Non devi rivoluzionare la tua vita.

Noi siamo qui per darti una mano. ❤️

Daniela e il team TrainMyBuddy

 

 

 

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Daniela Pitardi

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