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Train My Buddy

Perché parlare di “cane naturale” è un errore che confonde la relazione


Qualche tempo fa ho sentito un educatore redarguire  in un video una cliente che chiedeva come fare per poter portare con sé il suo cane al mercato. La signora spiegava di essersi avvicinata al mercato durante la passeggiata, ma l’educatore l’ha interrotta:
“È innaturale portare il cane al mercato, il cane non si porta perché il mercato non è un posto naturale, punto.”


Personalmente non sono d’accordo con  lui e ora ti spiego il motivo e il mio punto di vista.


Che cosa intendiamo davvero quando parliamo di “naturale”?
Perché se c’è una cosa che il cane non è, è proprio un animale “naturale”.
E questo non è un male — anzi, è ciò che lo rende unico.


Il mito del “cane naturale”


Oggi si parla spesso di rispettare la “natura del cane”.
Un concetto bellissimo, se usato nel modo giusto.
Ma troppo spesso viene interpretato come se il cane dovesse vivere “come vivrebbe in natura”.


C’è solo un piccolo problema: in natura, il cane non esiste.


Se fosse naturale, si chiamerebbe ancora lupo.
Il cane è il risultato di un’evoluzione condivisa con l’uomo.
Detto in termini poveri, è un “prodotto umano”. Lo ha creato l’uomo sulla base delle proprie esigenze; insomma, se non fosse stato per l’uomo, non esisterebbe il cane.


È un animale che, nel corso di migliaia di anni, si è progressivamente allontanato dal suo antenato selvatico, conservandone alcune caratteristiche (la comunicazione corporea, è un animale sociale, è un carnivoro predatore..) ma acquisendone di nuove, funzionali alla convivenza con noi.

Abbiamo selezionato individui più collaborativi, più empatici, più capaci di leggere il linguaggio umano.
E loro, a loro volta, hanno imparato ad adattarsi a noi, ai nostri spazi, ai nostri ritmi.

Il risultato? Una specie che non può più essere considerata “naturale”, ma relazionale. È una specie domesticata, non selvatica, la cui sopravvivenza è legata all’uomo.

 

Domesticazione:

  • È un processo evolutivo di specie, che avviene nel corso di molte generazioni.
  • Implica selezione genetica da parte dell’uomo, adattamento ambientale e cambiamento comportamentale stabile.
  • Porta alla nascita di una nuova popolazione o specie domestica, distinta da quella selvatica originaria.

 


Se il cane è naturale, allora anche noi dovremmo “tornare nelle caverne”.

Un uomo conduce il suo cane in un’immagine su un sarcofago dell’Antico Egitto. Il nostro rapporto con i cani risale a decine di migliaia di anni fa. Si ritiene che il più antico fossile di cane accertato abbia più di 14.000 anni.

 

Perdonami la frase un po’ spinta, ma se ci pensi, il cane di 40 mila anni fa sta all’uomo di 40mila anni fa come il cane di oggi sta all’uomo di oggi. 

Anche noi siamo discendenti di qualcosa di naturale, ma non viviamo più come i nostri antenati cavernicoli.
Non partoriamo nelle grotte, non cacciamo per nutrirci, non moriamo a quarant’anni.


Ci siamo evoluti.
Abbiamo creato cultura, strutture, tecnologia, relazioni complesse.
E in questo processo di evoluzione, il cane è “cresciuto” al nostro fianco.
È cambiato insieme a noi, adattandosi ai nostri ambienti e alle nostre esigenze.
Parlare di “cane naturale” oggi ha lo stesso senso che parlare di “uomo naturale”: nessuno dei due esiste più.
Esistono, invece, esseri viventi capaci di adattarsi — e questo è un bene.


Il cane non è selvatico: è domestico

Cerca collaborazione, guida, sicurezza, scambio.
È perfettamente capace di leggerci, di leggere le nostre emozioni, di conoscere le nostre debolezze, di adattarsi al nostro mondo.
È felice quando si relaziona con la propria famiglia, quando può accompagnarla e sentirsi utile in qualche modo.

Per questo parlare di “natura del cane” credendo sia giusto che il cane corra solo nelle campagne, lontano da marciapiedi, rumori o altri stimoli, è sbagliato.

La sua natura, ormai, si definisce proprio attraverso di noi.

Non credo sia giusto consigliare alle persone:

  • che hanno cani paurosi – di stare lontano dalle città; 
  • che hanno cani reattivi alle bici – di andare in luoghi in cui non ne passano;
  • che hanno cani reattivi alle persone – di andare in posti in cui non ce ne sono;
  • che hanno cani aggressivi – di stare chiusi in un recinto;
  • che hanno cani possessivi – di non lasciargli nulla a disposizione;
  • ecc.

A mio parere, questi sono compromessi che trova chi non è capace di dare una soluzione. Uno dei più grandi compromessi di questi ultimi anni poi, sono gli psicofarmaci per cani.

In 10 anni di lavoro con cani aggressivi, scartati da altri educatori, arrivati che assumevano psicofarmaci, o definiti impossibili da adottare, ancora devo trovarne uno che necessiti davvero di psicofarmaci.

Ma questa è un’altra storia, e non mancherò di fare un articolo dedicato.


Portare il cane nel mondo non è snaturarlo


Come ti dicevo quindi, non credo che portare un cane in città, al mercato o in un locale “non sia naturale per lui”.
Certo, un animale selvatico non sarebbe a suo agio in un contesto urbano.
Ma il cane non è un animale selvatico.


È abituabile, flessibile, capace di apprendere e di sentirsi sicuro anche in ambienti complessi — se ha accanto una guida che lo accompagna con calma e competenza. Un cane accompagnato da una persona competente, che sa leggere i suoi segnali, che gli insegna a gestire emozioni e stimoli, può affrontare quasi ogni ambiente umano senza problemi.
Non significa portarlo ovunque senza criterio (nessuno direbbe che un concerto rock sia il posto giusto per un cane), ma neanche isolarlo da tutto ciò che è “umano”.


Un cane guidato con intelligenza può tranquillamente:


– passeggiare in centro città,
– entrare in un mercato affollato,
– sedersi con te in un bar,
– affrontare una bicicletta che gli passa accanto, senza stress e senza paura,
-ignorare cani, persone o altri stimoli,
-e molto altro.

Niente di tutto questo esisteva quando l’uomo ha iniziato a selezionare i lupi; non esisteva per l’uomo e non esisteva per gli animali. Ma il mondo è cambiato e i cani si sono adattati perfettamente al nostro fianco. Hanno imparato a stare nel nostro mondo decennio dopo decennio, invenzione dopo invenzione, grazie alla relazione con noi.


Proteggere non vuol dire isolare


Molti proprietari, in buona fede, evitano ogni situazione che potrebbe spaventare il cane.
È comprensibile: vogliamo proteggerlo.
Ma così, spesso, finiamo per confermare le sue paure o lasciarlo intrappolato in esse, invece di aiutarlo a superarle.
Un cane più sensibile, o con una tempra più molle, che ha paura per esempio delle biciclette, non ha bisogno di vivere in un luogo senza biciclette.
Ha bisogno di essere accompagnato, con gradualità, a capire che quelle biciclette non sono una minaccia.
Questo è ciò che fanno le guide competenti: non evitano il mondo, lo rendono comprensibile al cane.

 

È ovvio che il proprietario, conoscendo il proprio cane, deve basarsi sulla sua sensibilità, sulla sua tempra, sul suo carattere in generale, per far vivere l’esperienza nel miglior modo possibile.
Prima di tutto il legame deve essere profondo, di fiducia reciproca. Se ci sono dei problemi vanno affrontati con un educatore competente. Solo a quel punto e con gradualità si può procedere a portare il cane con noi nei luoghi più  caotici rispetto alla montagna isolata o alla collina dispersa. Con delle pause, con dei momenti di scarico, con delle accortezze ovviamente indispensabili. Ovvio (conto sempre sul buon senso dei miei lettori) che non consiglierei mai a una persona che ha appena ritirato un cane spaventato da un canile, di andare a farsi una camminata in centro Milano nell’ora di punta. 
Come dico sempre, le cose vanno fatte con un po’ di metodo, con un po’ di testa..


Il punto non è la “natura”, ma la relazione


Il cane è il risultato di una relazione millenaria tra specie, un legame che ha cambiato la storia di entrambe.
Quando impariamo a conoscerne la psicologia, a leggere i suoi segnali e a guidarlo con equilibrio, scopriamo che può davvero stare ovunque con noi.
Perché non è un lupo addomesticato, ma qualcosa di molto più speciale:
un compagno che ha imparato a vivere nel nostro mondo — e che, in cambio, ci aiuta a viverlo meglio.

 

 

 

Daniela Pitardi

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